Dopo l'approvazione dei piani anti crisi volano le Borse europee
Wall Street Crac Blues
Senza la crisi del ’29 l’America non avrebbe conosciuto il padre fondatore della musica folk, Woody Guthrie, e le ballate malinconiche di Pete Seeger. Senza l’austerity e lo choc petrolifero del ’73 gli Who non avrebbero composto “Who’s Next”, uno dei dischi più geniali dell’intera epoca.

Senza la crisi del ’29 l’America non avrebbe conosciuto il padre fondatore della musica folk, Woody Guthrie, e le ballate malinconiche di Pete Seeger. Senza l’austerity e lo choc petrolifero del ’73 gli Who non avrebbero composto “Who’s Next”, uno dei dischi più geniali dell’intera epoca. Clash, Smiths e Buzzcocks devono fama e fortuna alla lotta di Margaret Thatcher contro i sindacati britannici. Perché la crisi dell’economia azzera i consumi e il buonumore ma ha un merito che non si può discutere: produce buona musica.
Negli anni Trenta, sino alla Seconda guerra mondiale, Guthrie è stato il passeggero senza biglietto sul treno del New Deal, l’intrepido cronista del quarto stato a stelle e strisce. Assieme allo scrittore John Steinbeck è il narratore del momento più drammatico mai vissuto dagli Stati Uniti. “Ci dicono che siamo vagabondi – cantava Guthrie con la voce asciutta, accompagnato da una chitarra su cui aveva scritto: questa macchina ammazza i fascisti – dicono che siamo qui per un giorno soltanto. Viaggiamo con le stagioni, io mia moglie e i nostri figli. Questo vecchio mondo è un mondo duro per un profugo del profondo sud”. Chi è venuto dopo di lui, da Bob Dylan a Joan Baez, lo reputa fra i più grandi del Novecento. Compreso il figlio Arlo, altro musicista, il cui disco d’esordio “Alice’s Restaurant”, ha ispirato il film di Arthur Penn.
A Londra sono serviti dieci anni per dimenticare la crisi petrolifera degli anni Settanta e trovare qualcosa con cui sostituire i dischi degli Who. Certo, in mezzo ci sono i Sex Pistols e la rivoluzione punk, ma i Sex Pistols sono una specie di bolla speculativa della musica britannica. Comincia tutto nel ’76, quando Johnny Lydon “Rotten” e compagni firmano un contratto con la Emi da quaranta milioni di sterline. Le case discografiche possono essere paragonate alle agenzie di rating, “la più grande truffa nella storia del rock and roll”, come le ha chiamate qualcuno. I primi dividendi sono grandiosi perché il disco d’esordio (“Never Mind the Bollocks”, 1977) vende bene e i primi concerti fanno il tutto esaurito. Le aspettative degli azionisti sono altissime ma quando il fenomeno si sgonfia – e si sgonfia rapidamente – l’Inghilterra si trova fra le mani soltanto Boy George.
Nel 1984, l’etichetta Rough Trade pubblica l’esordio di quattro giovani minimalisti che si fanno chiamare The Smiths. Smith è il cognome più diffuso nel mondo anglosassone, è come chiamarsi Brambilla a Sesto San Giovanni. Ne registrano una manciata in tre anni (almeno un paio, “Meat is Murder” e “The Queen Is Dead”, meritano la tutela dell’Unesco) ma un’irresistibile offerta economica dell’Emi rompe gli equilibri del gruppo. Gli Smiths si sciolgono nel 1987, mentre il loro ultimo lavoro, “Strangeways, Here We Comes”, arriva sugli scaffali dei negozi.
Morrissey, arrivato dalla periferia industriale in un momento in cui la classe operaia se la passava male, ha espresso moderate critiche al premier di quegli anni, la baronessa Thatcher. Il suo primo lavoro da solista, “Viva Hate”, contiene un pezzo dal nome “Margaret on the Guillotine”, Margaret sotto la ghigliottina. “Le persone a modo hanno un sogno meraviglioso – cantava – Margaret sotto la ghigliottina. Perché le persone come te mi fanno sentire stanco. Quando morirai?”. Oggi il leader dei tory, David Cameron, mette gli Smiths in cima all’elenco dei suoi gruppi preferiti. Qualcosa li unisce: tutti e due hanno più di una ragione per ringraziare la lady di ferro.